Altare d’argento di S.Giovanni Battista

     ALTARE D’ARGENTO di SAN GIOVANNI BATTISTA.

    Dopo un complesso restauro durato sei anni, è tornato a splendere l’Altare d’argento, commissionato nel 1366 dall’Arte di Calimala, una delle più potenti e ricche corporazioni fiorentine che si occupava di commerciare lana e tessuti, come dossale centrale per il  Battistero di Firenze.

    Per realizzare le dodici formelle (otto frontali e quattro laterali) con gli episodi della vita di San Giovanni Battista, patrono della città,  furono utilizzati oltre 200 chilogrammi d’argento  lavorato con la tecnica dello sbalzo e circa 1050 placchette smaltate policrome, insieme a raffinate dorature. Inizialmente, i maestri orafi incaricati furono Betto di Geri e Leonardo di ser Giovanni, ma successivamente altri artisti, tra cui Verrocchio, autore della Decollazione del Battista, contribuirono a portare a termine la monumentale opera (31x150x88), sintesi  delle principali tendenze dell’oreficeria e della scultura nel periodo di transizione tra tardo gotico e Rinascimento.

    L’elegante struttura architettonica è formata da una base in legno, modanata e dorata, su cui poggiano piccoli pilastri poligonali decorati con nicchie che ospitano figure di santi, modularità che si ripete anche nel fregio superiore. Al centro, tra gli otto pannelli, è posta un’edicola proveniente dalla bottega di Lorenzo Ghiberti , con la statua di San Giovanni Battista, opera di Michelozzo di Bartolomeo, eccellente mediatore stilistico e divulgatore del linguaggio rinascimentale, i cui dettami di classicità e sobrietà sono ben riconoscibili anche nella cornice lignea superiore che corona il prezioso insieme, ultimata nel 1483.

    Alla fine del XIV secolo, il dossale fu addossato a un altare mobile, situato al centro del Battistero, su cui  due volte l’anno si esponeva ai fedeli anche il Tesoro dello stesso tempio, in occasione dei festeggiamenti del santo patrono (24 giugno) e per ricordare il battesimo di Cristo ( 13 gennaio). Nel 1447, infine, fu trasformato in altare autonomo.

    Smontato in oltre 1500 pezzi e sottoposto a scrupolose indagini diagnostiche, il capolavoro è stato ripulito e consolidato con integrazioni diversificate e calibrate in funzione delle esigenze conservative specifiche, relative ai diversi materiali costitutivi. Il lungo e difficile intervento è stato possibile grazie alla collaborazione tra l’Opificio delle Pietre Dure e l’Opera di Santa Maria del Fiore di Firenze, autori anche del restauro della Croce in argento sbalzato, cesellato e smaltato, eseguita da Antonio del Pollaiolo e collaboratori, nel 1457, che faceva parte del Tesoro del Battistero.

    In questo caso, è’ stato però adottato un iter operativo differente, incentrato sulla rimozione dei sali verdi di rame e della vernice protettiva che ricopriva la gigantesca croce, alta quasi due metri  e per la cui esecuzione ci vollero 50 chili d’argento e 3036 fiorini d’oro. Commissionata dall’Arte di Calimala, come reliquiario  per custodire un frammento della Croce di Cristo che, secondo la leggenda, era stato donata alla città da Carlo Magno, perse ben presto la sua funzione originaria e vide l’aggiunta del Crocifisso e di due statuette laterali.

    Seppur mancante di alcuni smalti traslucidi, si può tuttavia apprezzare la finissima incisione che si deve al Pollaiolo e alla sua bottega, una delle più floride della Firenze rinascimentale.

    Entrambi i capolavori sono stati nuovamente collocati nel museo dell’Opera del Duomo di Firenze.

    by

    Mila Lavorini

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