Vetrate del Ghiberti

 

                    VETRATE DELLA CATTEDRALE DI SANTA MARIA DEL FIORE.

Dopo oltre quaranta anni, sono terminati i lavori di restauro di 33 delle 44 monumentali vetrate della Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze,  realizzate tra il 1394 e il 1444.

Si tratta di uno dei più importanti cicli al mondo per l’unità cronologica e figurativa legato ai nomi più rappresentativi del tardo gotico e del Rinascimento. Furono infatti artisti del calibro di Agnolo Gaddi, Donatello, Paolo Uccello,  Andrea del Castagno e Lorenzo Ghiberti ad eseguire i disegni preparatori dell’imponente opera che ricopre quasi tutte le finestre dell’edificio religioso.

Un’impresa eccezionale che, ad eccezione dalle quattro bifore delle navate laterali, risalenti all’ultimo decennio del Trecento, fu condotta negli anni trenta e quaranta del XV secolo, sotto la supervisione e la partecipazione di Lorenzo Ghiberti che, nello stesso periodo, stava lavorando anche alla Porta del Paradiso del Battistero fiorentino, suo indiscusso capolavoro.  Oltre 150 figure compaiono nell’impianto decorativo, a rappresentazione del mondo ebraico, per esaltare la genealogia di Cristo.

Tra le vetrate, emerge quella della Tribuna nord, dalle notevoli dimensioni (metri 1,75 x 6,75), divisa in 16 pannelli dipinti dal maestro vetraio Francesco di Giovanni, dove sono visibili quattro uomini in ricchi abiti orientali, con manti damascati e copricapo a turbante. In seguito all’accuratissimo intervento di ripulitura di tutte le parti, è stato possibile identificare i due personaggi della parte superiore, grazie ad un cartiglio dove si leggono i nomi “Ioanns” e “Ioseph”. Molto probabilmente, si tratta di Ioanan, figlio di Resa e di Giuseppe, figlio di Mattatia, menzionati dall’evangelista Luca, come antenato di san Giuseppe, padre putativo di Gesù.

Il complesso apparato, omogeneo per caratteri stilistici e compositivi, frutto dell’attento controllo del Ghiberti, è incentrato sulla creazione di una rete di raccordi e richiami visivi, con una accentuata sensibilità per le modulazioni cromatiche. I raffinati accostamenti tonali tra una vetrata e l’altra in rapporto alla collocazione e all’esposizione della luce dimostrano come esse siano nate proprio come tali e non come trasposizione su vetro di un’immagine pittorica.

Ghiberti, artista in equilibrio tra il mondo tardo gotico e quello rinascimentale, riesce a coniugare spazialità ed eleganza, modulando monumentalità e leggerezza anche nell’arte vetriaria, di non agevole esecuzione, inscindibilmente correlata all’illuminazione. La luce, nella simbologia giudeo-cristiana, è di estrema importanza: la prima parola pronunciata nella Bibbia è infatti il comando divino: “Sia la luce” mentre il Nuovo Testamento chiama Gesù “la vera luce, quella che illumina ogni uomo”.E’ per questo che l’architettura delle chiese cristiane privilegia questo elemento, associandolo alla stessa esperienza religiosa dei fedeli, vissuta come ‘illuminazione’.

Problema principale e comune a tutte le vetrate del Duomo fiorentino era il fenomeno chimico di polverizzazione del vetro, dovuto all’umidità della condensa: un fattore che producendo le cosiddette “croste di disfacimento”, fa assottigliare il vetro, fino alla scomparsa, oltre a creare un forte effetto oscurante.

L’opera di pulitura è avvenuta attraverso varie fasi fino ad arrivare al reintegro pittorico a freddo delle parti mancanti, con il recupero della leggibilità del disegno e della plasticità delle figure.

 

Mila Lavorini

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